Introduzione

Il 25 marzo 1948, nel cuore del Nuovo Messico, veniva registrato uno degli episodi più controversi dell’ufologia moderna. A meno di un anno dal celebre incidente di Roswell, la cronaca internazionale fu nuovamente scossa da un presunto schianto nei pressi di Aztec, una remota località nell’altopiano di Hart Canyon. Sebbene l’evento sia stato a lungo descritto come un’operazione di insabbiamento militare, l’intera vicenda venne successivamente rivelata come una complessa opera di mistificazione giornalistica e finanziaria.

L’indagine: cronaca di uno schianto

Secondo alcuni rapporti che all’epoca vennero fatti circolare, un oggetto volante non identificato fu intercettato dai sistemi radar militari mentre compiva una repentina discesa verso il suolo terrestre. Un disco d’argento lucido, della grandezza stimata di circa 30 metri di diametro, fu visto adagiato sul fondo dell’Hart Canyon, apparentemente intatto e privo di sistemi di saldatura visibili.

Dalle prime testimonianze raccolte sul luogo da un gruppo di civili, la struttura interna del velivolo fu descritta come accessibile solo attraverso la rottura di un piccolo oblò. All’interno della cabina vennero rinvenuti i resti di 16 esseri umanoidi di bassa statura, i cui corpi apparivano parzialmente carbonizzati ma ancora rivestiti da tute in tessuto metallico. Nel giro di poche ore, l’intera area venne posta sotto sequestro dalle autorità militari; i rottami furono trasferiti in località segrete e un severo vincolo di riservatezza fu imposto a tutti i testimoni oculari.

Dietro la diffusione di questi dettagli così circostanziati non vi erano però militari pentiti o scienziati governativi, bensì due figure centrali: Silas Newton, un facoltoso uomo d’affari del settore petrolifero con il vizio del gioco d’azzardo, e Leo Gebauer, un commerciante di apparecchiature radio.

Nel 1950, la storia subì un’enorme cassa di risonanza grazie a Frank Scully, un noto giornalista di spettacolo di Variety. Scully, affascinato dai racconti di Newton, pubblicò il libro Behind the Flying Saucers (Dietro i dischi volanti). Il libro divenne un best-seller fulmineo, vendendo ben 60.000 copie e convincendo l’opinione pubblica che il governo stesse nascondendo i corpi degli alieni ad Aztec.

Nel libro, Scully citava le confessioni di un misterioso scienziato magnetico, il “Dottor Gee”. In realtà, il “Dottor Gee” era l’esca perfetta creata da Newton e Gebauer per raggirare gli investitori. I due sostenevano che i rottami del disco volante racchiudessero una tecnologia aliena basata sulle onde magnetiche, capace di localizzare giacimenti petroliferi e minerari a colpo sicuro nel sottosuolo. Con questo pretesto, iniziarono a vendere a investitori privati dei finti strumenti di rilevamento (chiamati ironicamente “Doodlebugs”) a prezzi astronomici, arrivando a incassare centinaia di migliaia di dollari.

Il crollo del castello di carte: l’inchiesta di J.P. Cahn

Il grande inganno resse fino al 1952, quando J.P. Cahn, un brillante e scettico giornalista investigativo del San Francisco Chronicle, decise di indagare a fondo per conto della rivista True.

Cahn mise in piedi una vera e propria contro-trappola: fingendosi un investitore interessato, incontrò Silas Newton. Durante l’incontro, con un abile gioco di prestigio, Cahn riuscì a sottrarre segretamente un frammento del prodigioso “metallo alieno” che Newton mostrava per incantare le sue vittime.

Il giornalista portò il pezzo a far analizzare ai laboratori della Stanford University. Il responso degli scienziati fu categorico e distruttivo per il mito di Aztec: la lega non proveniva dallo spazio profondo, ma era comune alluminio di tipo industriale, utilizzato all’epoca per fabbricare pentole da cucina.

L’articolo di Cahn su True Magazine smascherò la truffa davanti a tutta la nazione. Pochi mesi dopo, l’FBI intervenne arrestando Newton e Gebauer con l’accusa di frode ed estorsione. Venne a galla anche la vera identità del fantomatico “Dottor Gee”: non era uno scienziato governativo, ma Arthur Wilcox, un modesto radiotecnico di Denver pagato per reggere il gioco.

Conclusione

Il caso di Aztec rimane uno degli esempi più affascinanti di come il confine tra mito, inganno e realtà possa diventare straordinariamente sottile. Che lo si consideri il primo grande tentativo di monetizzare la febbre degli UFO o l’ennesimo capitolo di una lunghissima storia di insabbiamenti, l’incidente dell’Hart Canyon dimostra che, spesso, le storie che nascono intorno agli oggetti volanti non identificati dicono molto più sulla natura umana, sulle nostre debolezze e sui nostri desideri, che non sui segreti dello spazio profondo.

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