Introduzione
Nell’agosto del 1883, molto prima che il termine “UFO” entrasse nel vocabolario comune, un astronomo messicano catturò quello che è considerato uno dei primi (se non il primo) tentativi di fotografare oggetti volanti non identificati. José Árbol y Bonilla, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Zacatecas, osservò e immortalò centinaia di oggetti oscuri che transitavano davanti al disco solare.
Chi era Jose Bonilla

José Árbol y Bonilla (1853-1920) nacque a Zacatecas. Studiò ingegneria topografica e civile, perfezionandosi a Città del Messico e a Parigi, dove approfondì l’astrofotografia. Nel 1882 divenne il primo direttore dell’Osservatorio Astronomico dello Stato di Zacatecas, situato sulla collina di La Bufa, il primo osservatorio importante in Messico fuori dalla capitale. Era un professionista preparato, abituato alle osservazioni solari e alle tecniche fotografiche dell’epoca (lastre umide al collodio).
L’osservatorio Astronomico di Zacatecas
Nel 1882 viene inaugurato l’Osservatorio Astronomico dello Stato di Zacatecas, parte di una rete nascente di strutture scientifiche con cui il Messico vuole partecipare ai grandi progetti internazionali dell’astronomia di fine Ottocento. Alla direzione viene nominato José Árbol y Bonilla (1853–1920), ingegnere e astronomo formatosi tra Zacatecas, Città del Messico e l’Osservatorio di Parigi, dove approfondisce in particolare l’astrofotografia.
L’osservatorio di Zacatecas è posto a circa 2.505 metri di quota, in un’area dal cielo spesso terso, condizioni ideali sia per l’osservazione del Sole sia per l’astrofotografia su lastre umide al collodio, la tecnica più avanzata dell’epoca. L’11 dicembre 1882, proprio a Zacatecas, viene osservato e documentato il transito di Venere davanti al Sole, in coordinamento con altri osservatori messicani: è la prova che la struttura funziona e che il personale, Bonilla compreso, è perfettamente in grado di condurre osservazioni complesse.

il racconto di Bonilla di quella sera del 13 agosto
Bonilla stava effettuando osservazioni di routine del Sole con un telescopio da 10 pollici quando notò qualcosa di anomalo: numerosi oggetti oscuri che attraversavano rapidamente il disco solare.
In circa 3 ore e 25 minuti distribuite su due giorni, contò 447 oggetti. Li descrisse come corpi di forma variabile (alcuni circolari, altri allungati o irregolari), spesso “sfocati” o “nebbiosi”, alcuni con code o tracce oscure. Passavano in gruppi di 15-20, seguendo traiettorie da ovest a est, con inclinazioni variabili.
Bonilla non esitò: sostituì l’oculare con una camera fotografica e scattò diverse lastre (almeno tre o più, con esposizioni di 1/100 di secondo). Le immagini, seppur di bassa qualità per gli standard moderni, mostrano macchie scure sul Sole, alcune con contorni definiti e “code”. Le pubblicò solo nel 1886 sulla rivista francese L’Astronomie, fondata da Camille Flammarion.

osservai un piccolo oggetto luminoso che penetrava nel campo del telescopio… Poi si ripeterono con tale frequenza che in due ore contai 283 oggetti… Decisi di fotografare questo raro fenomeno…» (traduzione libera
Il giorno successivo, 13 agosto, tra le 8:00 e le 9:45, Bonilla conta altri 116 oggetti, confermando che il fenomeno non è un episodio isolato ma il prolungamento di un flusso iniziato il giorno prima. Sulla base della frequenza media osservata (circa 131 oggetti all’ora), i ricercatori moderni stimano che, fra le 8:00 del 12 agosto e le 8:00 del 13 agosto, siano in realtà transitati davanti al Sole circa 3.275 oggetti, dei quali solo una parte è stata effettivamente osservata e fotografata a causa delle nuvole e dei limiti strumentali.
Bonilla non si limita a contare. Disegna le traiettorie di molti di questi corpi sul disco solare, segnando i punti di entrata e uscita delle sagome scure e cercando di ricostruire l’orientamento complessivo della loro orbita apparente. Le sue lastre fotografiche — scattate con la tecnica del collodio umido, che richiede tempi di preparazione rapidi e una certa abilità — mostrano oggetti sfocati, allungati, a volte con “coda” visibile, che tagliano la superficie del Sole in diverse direzioni, ma con una coerenza sufficiente a suggerire che si tratti di un unico sciame di corpi in transito.
Un elemento cruciale del caso è che gli osservatori di Città del Messico e Puebla, anch’essi impegnati in osservazioni solari in quel periodo, non registrano nulla di simile: nessuna sagoma davanti al Sole, nessuno sciame di corpi, nessuna anomalia paragonabile a quella di Zacatecas. Questa assenza di conferma da altre stazioni non scredita Bonilla ma, al contrario, diventerà un dato chiave nei calcoli moderni sulla distanza degli oggetti dalla Terra, poiché implica un forte effetto di parallasse.
Nel linguaggio di oggi, diremmo che Bonilla ha osservato e documentato una “flotta” di oggetti non identificati che attraversano il campo visivo del telescopio solare, lasciandoci uno dei dossier più enigmatici e densi di dati dell’intera storia pre-novecentesca dell’ufologia e dei fenomeni astronomici anomali.
Il cuore documentale del caso Bonilla è costituito da tre blocchi di prove: le lastre fotografiche originali, il rapporto pubblicato su L’Astronomie nel 1886 e la rianalisi fisico-matematica del 2011 firmata da Manterola, Ramos Lara e Cordero dell’UNAM.
Le lastre fotografiche, o meglio le riproduzioni pervenuteci, mostrano piccoli oggetti scuri — talvolta circolari, talvolta allungati — che attraversano il disco solare. Una di queste immagini è diventata iconica e viene spesso presentata come la “prima fotografia di un UFO”, al punto da essere ospitata in diverse versioni linguistiche di Wikipedia e in portali dedicati all’ufologia.
La prima “versione ufficiale” del caso Bonilla è quella implicitamente proposta da Flammarion sulle pagine di L’Astronomie: niente UFO, niente catastrofi sfiorate, ma un fenomeno locale — uccelli, insetti, polvere — che attraversa il campo del telescopio di Zacatecas dando l’illusione di un evento astronomico. Questa lettura ha il merito di essere prudente, ma presenta diverse criticità alla luce dei dati numerici e delle descrizioni di Bonilla.
Primo punto: la morfologia degli oggetti. Bonilla insiste sul fatto che molti corpi appaiono circondati da un alone nebuloso e che, usciti dal disco solare, diventano luminosi sul campo dell’obiettivo — un comportamento poco compatibile con uccelli o insetti che passano davanti all’ottica, i quali produrrebbero sagome nette, senza “coda” o alone. La stessa descrizione di oggetti “opalescenti” è uno degli elementi che, nel 2011, convincono il team UNAM a considerare seriamente l’ipotesi cometaria.
Secondo punto: il numero e la frequenza. Parliamo di centinaia di passaggi in poche ore, con velocità apparenti tali da attraversare il disco solare in frazioni di secondo. Immaginare uno stormo di uccelli o uno sciame di insetti così denso, organizzato e perfettamente allineato lungo una stessa direzione, davanti a un telescopio puntato sul Sole, senza che nulla di simile venga notato a occhio nudo o da altri osservatori, richiede una serie di coincidenze difficili da sostenere.
Terzo punto: la geometria. Il fatto che da Città del Messico e Puebla non si osservi nulla implica che gli oggetti non si trovino a distanze astronomiche ma a distanze relativamente modeste dalla Terra, tali che uno spostamento geografico anche limitato modifichi sensibilmente l’allineamento rispetto al disco solare. Questo esclude in blocco l’ipotesi di fenomeni atmosferici elevati e rende al contempo poco plausibile quella di oggetti a distanze planetarie o solari.

Conclusione
Il caso Bonilla rappresenta un raro punto di contatto fra osservazione astronomica rigorosa, documentazione fotografica e narrazione UFO: un banco di prova ideale per misurare il confine fra metodo scientifico e immaginario del mistero. Il secondo motivo è legato alla sicurezza planetaria: il lavoro dell’UNAM è stato ripreso anche in Italia nei contesti che si occupano di Near Earth Objects (NEO) proprio perché mostra, con un caso storico, quanto possa essere sottile il margine fra una mancata collisione e una catastrofe globale. Il caso Bonilla non è dunque una curiosità per appassionati: è un esempio concreto di come un’osservazione ottocentesca, compresa male all’epoca, possa oggi aiutarci a comprendere meglio i rischi legati ai grandi impatti cosmici, tema che coinvolge direttamente l’Agenzia Spaziale Italiana, l’ESA e i programmi europei di monitoraggio dei NEO.