Introduzione

Il 1 giugno 1933 un alpinista britannico chiamato Frank Smythe, avvio la prima spedizione nella storia verso il monte Everest. Durante la sua spedizione accade qualcosa che non avrebbe mai immaginato di vedere. Prima di entrare nel vivo dell’avvistamento, è giusto capire chi era l’uomo protagonista di questa storia. Smythe non era un visionario esaltato. Era un uomo pragmatico, metodico, abituato a documentare ogni cosa con rigore, aveva scritto numerosi libri sulle sue avventure alpinistiche, sempre con uno stile preciso e misurato. Questo rende il suo racconto del 1 giugno 1933 ancora più degno di attenzione.

Chi era Frank Sydney

Frank Sydney Smythe (1900–1949) era un alpinista, fotografo e scrittore britannico di fama internazionale. Non era un novellino era un esperto! Prima di avviare la sua spedizione sul monte Everest aveva già scalato il Kamet nel 1931, stabilendo un record di altitudine per l’epoca.

Il racconto

Quel giorno, Smythe stava tentando la vetta in solitaria, il suo compagno Eric Shipton era stato costretto a rinunciare per via dell’esaurimento fisico. L’ascesa era già di per sé una sfida estrema, ma il disagio della solitudine portava il suo peso psicologico, essendo a oltre 8.500 metri, una quota a cui la mente umana inizia a lavorare in modo anomalo, schiacciata dall’ipossia.

Smythe continuò da solo, spingendo i limiti del suo corpo e della sua mente. Ogni passo richiedeva un’intensa concentrazione; la sua respirazione si faceva sempre più affannosa. Fu durante questa salita solitaria, con gli occhi puntati verso il cielo grigio e immenso dell’Himalaya, che Smythe notò qualcosa di insolito, qualcosa che avrebbe cambiato il corso della sua esperienza.

Nel cielo, in direzione della vetta, galleggiavano due oggetti pulsanti, — li descrisse come bizzarri, dotati di una forma irregolare, quasi dotati di appendici o ali, – si muovevano lentamente, senza seguire le correnti del vento, mantenendo una strana indipendenza nelle loro movenze — Non sembravano uccelli, né nuvole, né aquiloni, – non emettevano suoni. La loro presenza era tanto affascinante quanto angosciante creando un’atmosfera quasi mistica.

Smythe li osservò a lungo, cercando una spiegazione razionale per quell’insolito fenomeno celeste. Inizialmente pensò potessero essere palloni meteorologici o aquiloni sonda, strumenti normalmente utilizzati in spedizioni per raccogliere dati atmosferici. Ma c’era un problema: a quella quota non c’era vento sufficiente a tenerli in volo, e nessuna spedizione nei dintorni avrebbe potuto lanciarli. Poi, così come erano apparsi, gli oggetti scomparvero nel vasto silenzio dell’Himalaya.

“Guardai in su e vidi due oggetti curiosi che galleggiavano nell’aria. Avevano una forma strana, quasi lobata, e sembravano pulsare o vibrare. Si muovevano lentamente e io li osservai per qualche tempo, incapace di capire cosa fossero.” L’esperienza rimase scolpita nella sua mente, un enigma che sfidava le leggi della natura e il suo concetto di realtà.

“Non urlavo alla scoperta extraterrestre. Non costruvo una narrativa sensazionalismo. Mi limitò a raccontare ciò che avevo visto, ammettendo apertamente di non avere una spiegazione soddisfacente.

Un’altra stranezza di quel giorno c’è un dettaglio che vale la pena menzionare, perché aggiunge un ulteriore strato di mistero a questa giornata già straordinaria. Durante la stessa ascensione, Smythe sentì in modo nitido la presenza di un compagno invisibile al suo fianco. Questa presenza lo accompagnò per ore, dandogli un senso di conforto e sicurezza. Smythe la descrisse come reale, tangibile, rassicurante. Spezzò persino un pezzo di torrone per offrirlo a questo “compagno” — salvo poi rendersi conto di essere completamente solo. Questo fenomeno, oggi noto come “effetto del terzo uomo”, è stato documentato in molti sopravvissuti a situazioni estreme: alpinisti, naufraghi, esploratori polari.

Eppure, presenta tutte le caratteristiche che rendono un avvistamento degno di studio serio: testimone credibile, con una reputazione di precisione e razionalità, documentazione diretta, scritta dall’interessato in un libro pubblicato. Contesto anomalo (altitudine estrema, isolamento assoluto) che può spiegare tutto — o niente. Assenza di spiegazione definitiva, nonostante decenni di analisi.

Ma la domanda rimane: cosa stava davvero vivendo Smythe in quella giornata del 1 giugno 1933? Una mente in collasso per lo sforzo, o qualcosa di più difficile da catalogare? Perché questo caso conta ancora oggi, il caso Smythe non è mai diventato famoso quanto altri avvistamenti UFO del Novecento, forse perché è intrappolato in un contesto — l’alpinismo d’élite degli anni ’30 — che sembra lontano dalla cultura popolare.

Conclusione

Frank Smythe non tornò mai sulla vetta dell’Everest. Morì nel 1949, a soli 49 anni, senza aver mai ritrattato il suo racconto né averlo enfatizzato oltre misura. Semplicemente, disse quello che aveva visto, che fosse ipossia, ottica atmosferica, o qualcosa che ancora non sappiamo classificare, il 1 giugno 1933 rimane una data sospesa — come quegli oggetti che Smythe descrisse galleggiare silenziosi nel cielo più alto del mondo. Forse alcune risposte si trovano ancora lassù, a 8.500 metri, dove l’aria finisce e il cielo comincia.

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